Grande la confusione sotto il cielo

giugno 12, 2010 by admin  
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Cerchiamo di interpretare i tempi. Secondo me siamo vicini a una grande crisi del capitalismo (tipo
quella del 29, ma piu’ forte), di cui abbiamo solo percepito le prime
avvisaglie.

Il modello capitalista nato con la fine della Seconda Guerra mondiale non e’ piu’ adeguato ai grandi cambiamenti sovvenuti. L’ economia USA e’ in affanno e si regge su fondamentali non sostenibili. L’idea di avere oggi i benefici, scaricando sulle generazioni future i costi presenti, sta presentando prepotentemente i suoi costi…..

Che succedera`? Sicuramente l’Impero Americano ne uscira’ ridimensionato (tipo quello che e’ successo all’Inghilterra nel 45). L’Europa, salvo singoli (relativamente piccoli ) paesi in bancarotta, ha i conti in equilibrio, ma di fronte ad un Armageddon finanziario di origine esogena, puo’ solo cercare di limitare i danni. La Germania, con la Merkel, ha preso il comando della situazione e sta obbligando tutti a prepararsi al diluvio.

I Paesi Emergenti stanno capendo che il crollo dello stato egemone in
un sistema monopolare, travolgera’ le loro economie e stanno cercando
alternative (perfino nella molto costituenda Europa).

Se e quando avverra’ la crisi finale? Probabilmente abbiamno ancora dieci anni anche se credo che il processo in corso sia inarrestabile ed inevitabile. Quali le conseguenze? Probabilmente molte cose che adesso noi diamo per scontate non lo saranno (pensioni, statuto dei lavoratori, assicurazione sanitaria, istruzione gratuita) o quanto meno saranno decisamente ridimensionate.

Quali le conseguenze politiche? Forse durante il periodo piu’ turbolento della crisi emergeranno nuove forme di modelli politici (magari delle telecrazie, mostrando l’Italia ancora una volta nel ruolo di battistrada, come con il fascismo). Ma credo e spero che la democrazia risultera’ la forma di governo piu’ stabile alla lunga.

Quali le conseguenze in Italia? una serie di manovre finanziarie pesanti, una riduzione dei diritti dei lavoratori, un aumento di tasse, un grande malcontento (difficilmente governabile da chiunque), riduzione dei trasferimenti dal Nord al Sud (con anche problemi di ordine pubblico), ma forse eviteremo di precipitare fra i paesi del terzo mondo (grazie alla Merkel). Come limitare i danni? Difficile dire.. Investimenti immobiliari direi di no, almeno se non in immobili di pregio e in citta’ di pregio.
Investimenti obbligazionari..mah…molte obbligazioni andranno in default..
investimenti azionari..mah..molte imprese falliranno. Oro? siamo sicuri che non stiamo ragionando rivolti al passato? E se Lenin avesse alla fine ragione? E l’oro non perdesse tutto il suo  appealing e valore nella societa’ futura prossima ventura?

Vincenzo Vespri

Alcoa

febbraio 11, 2010 by admin  
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La chiusura dell’Alcoa in Italia dopo il picco mediatico generato dal discorso del Papa (la Classe Operaia va in Paradiso?), e’ scomparsa dalle pagine dei giornali, come tanti altri fenomeni, di cui ci si indigna per poi accantonarli.

Il primo caso del genere di cui ho memoria e’ l’Innocenti Leyland negli anni ‘70 che decise di chiudere un suo stabilimento in Lombardia. Dai ricordi di adolescente emergono esattamente le stesse diatribe e gli stessi argomenti di oggi. Le multinazionali, gli operai, il futuro rubato, lo sfruttamento e l’abbandono. La Leyland non esiste piu’ da tempo. Anche se avesse mantenuto gli stabilimenti in Italia le maestranze avrebbero solo agonizzato qualche mese in piu’.

Senza la pretesa di essere particolarmente acuto o originale, secondo me la questione Alcoa (come anche la Fiat di Termini Imerese e tutte quelle che l’hanno preceduta e la seguiranno) e’ un esempio di un problema di gran lunga piu’ grave.

 

In Italia sta per sparire qualsisasi attivita’ economica non parassitaria, che cioe’ non dipenda dalle commesse statali, da una posizione di monopolio o da sussidi pubblici (di cui beneficia anche l’Alcoa). La produttivita’ del lavoro (massacrata dal deterioramento delle infrastrutture, dalla corruzione e dagli scarsi investimenti) e’ in picchiata. Il peso delle tasse, il disastro della pubblica amministrazione, il sistema legale-giudiziario di stampo sub-sahariano, la criminalita’, rendono un calvario persino mandare avanti una piccola attivita’ (quelle da popolo delle partite IVA tanto per capirci).

 

Insomma i problemi che denunciamo da decenni (vi risparmio l’elenco completo) stanno strangolando quel poco di economia sana che e’ rimasta, specie in una fase in cui anche i paesi piu’ efficienti dell’Italia hanno enormi difficolta’ a rimanere a galla.

 

Quasi nessuna impresa straniera investe in Italia, tantomeno nel settore manifatturiero (e men che mai nel Mezzogiorno profondo), e quindi non deve sorprendere se quelle poche rimaste stanno per andarsene, una volta spremuti fino all’ultimo gli stabilimenti, gli impiegati ed i sussidi statali (Fiat docet). Del resto anche le imprese italiane chiudono e quando pure gli operai si appollaiano sulle gru, e qualche qualche fondo esce dalle casse pubbliche (soprattutto sotto elezioni), la realta’ non cambia. Finiti i soldi, spentesi le telecamere, se non si e’ in grado di stare a galla, presto o tardi si affoga.

 

Il sistema industriale italiano ha l’acqua alle narici. La produzione industriale ha gia’ subito un tracollo nel 2009 (http://www.repubblica.it/economia/2010/02/10/news/produzione_industriale_2009-2243343/ come non era mai stato registrato.

Il punto non e’ tirare Alcoa per i capelli o stracciarsi le vesti, ma rendere il “sistema paese” (per pigrizia ricorro al gergo da Sole24Ore) meno schizofrenico, piu’ onesto e piu’ efficiente. 

 

Questa esigenza era la molla che ha spinto un grosso pezzo dell’elettorato a votare Berlusconi. Con la delusione montante e il risentimento a livelli stratosferici (lasciate perdere le idiozie chiamate sondaggi) sarebbe facile per l’opposizione sfondare. Invece si candida De Luca (ovviamente senza primarie), tanto per dimostrare di essere il PD meno Elle. O se preferite il P di DL.

Fabio Scacciavillani

 

 

 

Eurofobia

gennaio 19, 2010 by admin  
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In estrema sintesi, l’euro e’ un progetto che impone a tutti gli stati membri di diventare simili alla Germania, in termini di produttivita’, finanza pubblica, gestione delle risorse umane e finanziarie, ricerca, efficienza complessiva. Quelli che si avvicinano a questo obiettivo (Olanda, Francia, Austria, Slovenia etc.) ne godono i benefici. Quelli che come l’Italia, la Grecia, il Portogallo ed altri credono di essere furbi, incassando i dividendi in termini di minori oneri sul debito e di credibilita’ internazionale senza compiere gli aggiustamenti strutturali, pagheranno un prezzo salato, anzi lo stanno gia’ pagando.

Se non ci fosse stato l’euro la Grecia (che non sarebbe dovuta entrare nell EMU perche’ ha imbrogliato senza ritegno sui dati e sui parametri di Maastricht), l’Irlanda, ma anche la Spagna e l’Italia sarebbero nella situazione dei paesi Baltici, dell’Ucraina o della Romania.

Ma continuando nell’andazzo di stampo balcanico, non e’ detto che non ci si trovino in un futuro nemmeno troppo lontano.

In Italia tutta l’attenzione del governo e’ dedicata ai problemi processuali di Berlusconi. Il resto, dalle infrastrutture alla ricerca, dagli ammortizzatori sociali alla sanita’, dalla corruzione alla scuola viene accolto con uno sbadiglio e se ne discute meno che di Sanremo. Ogni tanto qualche barzelletta sulla riduzione delle tasse e la farsa permanente del dialogo sulle Riforme. Poi tutti in pellegrinaggio ad Hammamet.

Quando crollera’ il castello di carte sara’ colpa dei comunisti. Magari di Breznev. Ma a quel punto Berlusconi avra’ accumulato abbastanza soldi all’estero da vivere senza pensieri. A differenza dei gonzi che lo hanno votato.

Fabio Scacciavillani

Io speriamo che me la cavo

gennaio 14, 2010 by admin  
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E’ una di quelle notizie a cui i telegiornali quando va bene dedicano 15 secondi, tra un’anticipazione su Sanremo, una dichiarazione di Bondi e il servizio sui saldi. Ma i dati Istat sulla produzione industriale continuano a segnare il rosso.

Nel mese di novembre 2009, l’indice della produzione industriale destagionalizzato ha segnato un aumento dello 0,2 per cento rispetto a ottobre 2009. La variazione congiunturale della media degli ultimi tre mesi rispetto a quella dei tre mesi immediatamente precedenti è pari a meno 0,1 per cento.
L’indice della produzione corretto per gli effetti di calendario ha registrato a novembre una diminuzione tendenziale del 7,9 per cento, mentre nei primi undici mesi la variazione rispetto allo stesso periodo del 2008 è stata di meno 18,4 per cento.

Un crollo di quasi il 20% non scalfisce la sicumera del governo, che approvata la finanziaria 2010 in tempi record e senza nessun provvedimento di rilievo per gli ammortizzatori sociali, spera che i problemi si risolvano da soli. Come ai tempi di Andreotti. Con una variante. Il Divo Giulio aspirava al potere per il gusto del potere (infatti in oltre mezzo secolo di attivita’ politica non ha legato il suo nome a nessuna riforma, a nessuna legge importante e nemmeno ad un regolamento). Raccontava storielle e faceva battute argute (il potere logora chi non ce l’ha), pubblicava libri su coloro che aveva visto da vicino.
Berlusconi dal canto suo insegue il potere per risolvere i problemi con la giustizia e ingrassare le sue aziende. Anche lui racconta storielle (meno argute, ma piu’ spinte), fa lo spiritoso con le donne e canta con Apicella. Il resto lo lascia a Bossi che di produzione industriale non sembra aver appreso molto nei suoi corsi per corrispondenza.

Pil per Polli

novembre 15, 2009 by admin  
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I giornali ed i telegiornali di regime strombazzano una crescita trimestrale del Pil nell’ordine dello 0.6% e quindi si compiacciono per la fine della recessione. Il popolo bue (o pollo, che dir si voglia) tira un sospiro di sollievo e vede la luce alla fine del tunnel.

Forse l’argomento meriterebbe molto piu’ di un breve commento, ma le statistiche sul Pil, anche quando vengonpo compilate usando metodologie ritenute tecnicamente corrette, sono analoghe ai bilanci delle banche (anch’essi infatti tecnicamente corretti) che contengono titoli tossici .

Tanto per cominciare il valore aggiunto del settore pubblico dipende da quanto si pagano gli impiegati pubblici (e quindi dipende da una serie di provvedimenti del governo); poi c’e’ la stima dell’economia grigia (o nera) che in tempi di crisi diventa ancora piu’ inaffidabile perche’ basata su stime che sono valide (nella migliore delle ipotesi) in tempi “normali”; infine ci sono i servizi che ormai costituiscono il grosso dell’attivita’ economica.

Alcuni settori di servizi (specie quelli avanzati) non si prestano facilmente ad un computo esatto basato sulla metodologia “antica e accettata” di contabilita’ nazionale. Nei servizi finanziari ad esempio non si puo’ calcolare in modo ragionevole un deflatore. Prendete le fusioni aziendali o una quotazione in borsa: per avere un indice di inflazione delle fusioni aziendali o delle quotazioni bisognerebbe che ogni anno si ripetessero esattamente le stesse operazioni, e che quindi il prezzo pagato per questi servizi fosse comparabile nel tempo. Analogamente potremmo chiederci qual e’ il prezzo di un website? Ovviamente dipende dalla complessita’, dalla grafica, dai moduli, ecc.. Ma non esiste un servizio omogeneo che si possa definire “creazione di website” per il quale si possono confrontare i prezzi tra un anno e l’altro. A causa di queste e tante altre ambiguita’ esiste un ampio margine per scodellare stime formalmente corrette (i.e. accettabili secondo i criteri Eurostat) del Pil reale che registrino una crescita trimestrale nell’ordine dello 0.6%, o anche molto maggiore (o minore all’occorrenza).

A mio parere un indicatore molto piu’ preciso della congiuntura economica e’ il numero di occupati con contratto regolare nel settore privato (escludendo anche aziende tipo ENI, Enel, Municipalizzate e carrozzoni vari). E di variazioni positive in queste serie non mi sembra se ne vedano. E tantomeno la luce alla fine del tunnel, forse perche’ coperta da un treno che arriva in direzione contraria.

Fabio Scacciavillani

Pulcinella all’Antitrust

settembre 6, 2009 by admin  
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In questi tempi grami una risata e’ salutare soprattutto quando la comicita’ e’ di gran classe. Prendete quei mattacchioni dell’ Antitrust. Hanno messo su uno spettacolo che al confronto Beppe Grillo fa la figura di un guitto da circuito parrocchiale.
Sulla scena appare il Grande Fustigatore di Monopolisti. Sulle prime, dorme russando rumorosamente, un rivolo di bava agli angoli della bocca. Poi si desta con uno scatto e balza urlando a squaciagola di aver scoperto che in Italia si e’ creata una posizione dominante nel settore dell’informazione! E tutti giu’ a sghignazzare. La platea in visibilio. Le signore che annusano sali per non svenire dallo scompiscio.
Poi il colpo di gran classe, il vero tocco di genio che puo’ esprimere solo la nostra magnifica tradizione teatrale che va da Plauto a Dario Fo, passando per la commedia dell’arte.
Le luci si attenuano e l’attore incalza: “Lo sapete chi e’ questo marrano, questo farabutto, questo cinico delinquente che osa abusare della propria posizione dominante nel settore dell’informazione? Che subdolamente inganna l’Italia del fare con le sue viscide manovre? Con i suoi servi, i sicari mediatici che distruggono gli avversari? ”
Qui una pausa che solo un grande interprete puo’ riuscire a dosare, mentre l’eco dell’indignazione suscitata da queste parole aleggia tra il pubblico. E poi, travolgente si riversa sulla platea la rivelazione ferale! Il colpevole viene smascherato con un gesto ieratico: e’ GOOGLE ad aver ucciso l’informazione in Italia, a raccontare panzane ogni sera, ad influenzare l’opinione pubblica sfruttando la priopria posizione di monopolio.
Si Signori, proprio GOOGLE. Ma non solo Google Italia. No signori miei!!! Google Inc. quella con sede a Mountain View. Gli Americani!!!!!! Forse con la complicita’ della CIA, del Pentagono e visto che ci siamo anche del Vaticano!!! E’ GOOGLE la Spectre internazionale che ha deciso di cloroformizzare la coscienza civile gli Italiani. Di nascondere i fatti, di occultare le verita’ sul governo, di impedire le intercettazioni. Addirittura si vocifera che GOOGLE vorrebbe querelare i giornali (non solo in Italia, ma addirittura in tutto il mondo, fino in Papuasia, se necessario) che non si piegano al proprio delirio di onnipotenza.
A questo punto si accende sul palco un grande schermo e dietro gli attori rimbalzano le immagini di Vespa, Fede, Feltri, Minzolini, Belpietro, Ghedini, Ferrara. Il pubblico si sganascia, implorando “basta, basta vi prego”. E il sipario cala mentre Il Grande Fustigatore di Monopolisti in abito da Pulcinella si prostra e si inchina.

Fabio Scacciavillani

Alitalia & Wall Street

marzo 30, 2009 by admin  
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Abbiamo perso un po’ il conto di quanti piani per salvare le banche americane siano stati presentati da sei mesi a questa parte. Ma l’impressione prevalente di chi si mette a studiarli sul serio e’ sempre sconfortante perche’ in realta’ sono tutti una variazione ogni volta piu’ complicata e meno trasparente del piano presentato dall’allora Segreatario al Tesoro Paulson al crepuscolo della Presidenza Bush. In fondo non c’e’ da stupirsi perche’ uscito di scena Paulson sono comunque rimasti sulla plancia di comando due degli estensori del vecchio piano Paulson rigettato dall’opinione pubblica e dal Congresso: Bernanke e Geithner. Anzi quest’ultimo, promosso al vertice del Tesoro, sembra intenzionato a suicidarsi in fretta politicamente riscaldando minestre economiche indigeste e dilapidando precipitosamente il capitale politico della Presidenza Obama.
Come ha argomentato sul New York Times il Premio Nobel Krugman (certo non un conservatore repubblicano) gli investitori, persino quelli piu’ propensi al rischio come gli hedge funds, hanno offerto non piu’ di 30 centesimi per ogni dollaro di titoli tossici detenuti dalle banche (anche quelli appetibili cioe’ su cui i debitori ancora rimborsano gli interessi ed il capitale). Le banche invece pretendono di vendere per non meno di 60 centesimi tutte le porcherie accumulate. Questa differenza secondo il piano di Geithner & Co. dovrebbe coprirla il governo con fondi pubblici. A tal fine si prevedono massicce donazioni a tutti coloro (ma non si sa bene come saranno selezionati i fortunati) che acquistano questi titoli tossici. Per di piu’ questi supposti benefattori correranno rischi minimi se i titoli tossici dovessero risultare un pessimo affare paga Pantalone. Insomma il metodo Alitalia applicato a Wall Street. Ma se in Italia l’opinione pubblica drogata dai giornali e dalle televisioni su Alitalia ha lasciato correre sbadigliando di noia, in America gli anticorpi democratici esistono ancora e nemmeno un Presidente popolare come Obama li puo’ ignorare. Per questo prevedo che anche la nuova versione versione del vecchio piano di salvataggio verra’ archiviata e con essa la carriera politica di Geithner.