Perché l’Europa deciderà il destino dell’Italia
La crisi fiscale di Eurolandia nel corso del 2011 raggiungerà il punto critico. Dopo un anno di impuntature tedesche, diatribe inconcludenti, e vane speranze che tutto si risolva a suon di proclami, le mezze soluzioni approntate dall’Unione Europea per tamponare l’emergenza stanno esaurendo il loro effetto principale: guadagnare tempo. Bisognerà mettere mano ai portafogli, peraltro non in floride condizioni. Perchè dalla cortina fumogena alimentata per rassicurare e confondere l’opinione pubblica emerge che il Fondo Europeo di Stabilità Finanziaria (in inglese Efsf) approntato con il Fmi e la Bce è insufficiente. Già questo è un sintomo di preoccupante fragilità. Il fondo è dotato complessivamente di circa 750 miliardi di euro (mille miliardi di dollari). Quando fu lanciato a primavera sembrava una cifra stratosferica sufficiente a fugare perennemente qualsiasi timore sui mercati. In realtà non tutti i 750 miliardi sono disponibili (200 miliardi devono garantire la Tripla A del rating dell’Efsf), quindi riuscirebbe solo a fare fronte – dopo quelle di Grecia e Irlanda – a un altra bancarotta di un paese piccolo come il Portogallo. Per la Spagna (e per l’Italia, che subirebbe l’onda d’urto di un altro smottamento finanziario) le linee di difesa sono sguarnite. Quindi si parla di aumentare la dotazione dell’Efsf addirittura fino a duemila miliardi di euro.
Ma chi è in grado di garantire tali cifre astronomiche? Il peso ricadrebbe sulla Germania, la Francia e le poche altre economie europee ancora solide. Ma sull’asse Berlino-Parigi e sulle diramazioni verso Vienna, Amsterdam ed Helsinki serpeggia il terrore che il sostegno ai Pigs possa trascinare tutti nel baratro, come alpinisti in cordata. Così è nato un inedito club europeo della Tripla A capeggiato da Germania e Francia che in sostanza dovrà valutare tre opzioni: 1) assumersi la garanzia dei debiti altrui e stabilire le contropartite; 2) lasciare che i paesi periferici dichiarino bancarotta e poi ricapitalizzare quelle banche che verrebbero spazzate via dalla tempesta; 3) indurre i paesi indebitati ad abbandonare l’euro, in modo che riguadagnando l’indipendenza monetaria possano rimettersi in sesto senza gravare sui partners.
Si può escludere che si propenda coscientemente per l’opzione 3. Anche politici che hanno brillato per incompetenza e approssimazione hanno chiare le ripercussioni disastrose dal punto di vista sia economico che politico. Il Vecchio Continente dovrebbe ammettere un fallimento epocale la cui ombra si stenderebbe per decenni sulla sua credibilità.
La seconda alternativa potrebbe verificarsi per inerzia, perché in assenza di un ampio accordo politico la pazienza degli investitori si va inesorabilmente sfarinando. Considerando i tassi esorbitanti sul debito greco ed irlandese, nonostante la garanzia dell’Unione Europea, verrebbe da concludere che i tempi sono stretti. Il Portogallo cerca ancora di sfuggire alla realtà, ma con tassi vicini al 7 per cento non si trova in una situazione sostenibile. A un certo punto, sparate le ultime munizioni dell’ EFSF i paesi investiti dalla furia dei mercati dovrebbero dichiarare una moratoria sul debito.
La terza opzione è quella più gravida di conseguenze e di opportunità, perché implica la creazione di una politica fiscale comune molto stringente e di un embrione di agenzia del debito europeo. Ma si può star certi che se i governi di Francia e Germania mettono a repentaglio la loro credibilità, il credito di cui godono nei mercati e la loro sopravvivenza politica per farsi carico dei guai mediterranei, la sovranità fiscale dei governi nazionali all’interno dell’Eurozona sarà di fatto ridotta ad un simulacro. Su questo punto il Presidente dell’Eurogruppo Juncker è stato molto esplicito. Del resto si è già stabilito che le leggi di bilancio devono avere un’approvazione preventiva delle istituzioni europee, quindi le maglie possono essere infittite a piacimento. Si prevede che la terapia sarà ispirata dall’austerità imposta a Grecia e Irlanda. I sistemi pensionistici andranno rivisti (quello italiano il cui disavanzo assorbe il 15 per cento del Pil subirà tagli pesanti), i salari dei dipendenti pubblici verranno ridotti, gli sprechi di ogni tipo dalla sanità ai lavori pubblici non saranno più tollerati. A chi rifiuta o tergiversa verrà tolta la garanzia dei fondi europei e dovrà vedersela con il panico che tale misura potrebbe provocare sui mercati. Anzi basterà ventilare la minaccia per piegare anche il più riottoso dei ministri.
Fabio Scacciavillani
Il Fatto Quotidiano, 25 gennaio 2011
Il Lavoro di Domani
Non so se per provocarmi o per convinzione alcuni leggendo un mio post,uscito qualche giorno fa, sull’ università e l’affievolirsi delle proteste, mi hanno chiesto perche’ fossi convinto che la questione universitaria rimane “uno degli snodi fondamentali per il futuro di questo paese”. In fin dei conti, come dice Berlusconi, produciamo scarpe di pregevole qualità. Spiegazioni dotte sono state fornite in gran copia e se ne trovano tante anche sulla rete. Pero’ per chi non ha voglia di immergersi in letture impegnative, il diario di una mia giornata di viaggio puo’ risultare illuminante.
Il mio volo sarebbe partito alle 9:20. Alle 7:30, dopo aver pagato con una tessera elettronica, ho preso la metro la cui motrice era guidata da un software, non da un conducente. In dieci minuti circa sono arrivato all’aeroporto, ho tirato fuori dalla tasca la carta di imbarco ottenuta la sera prima via internet, mi sono diretto verso un terminale nella hall delle partenze, senza fare alcuna fila ho posto la mia carta di imbarco su uno scanner. Il terminale mi ha chiesto quante valigie avessi e poi ha stampato la fascetta autoadesiva con un codice a barre e l’indicazione della mia destinazione. L’ho attaccata alla maniglia e ho lasciato la valigia sul nastro che l’ha trasportata automaticamente verso le piste. Sono andato al controllo passaporti, ma invece di mostrare il documento ad un poliziotto ho semplicemente messo i polpastrelli su una lastra di vetro. La mia identita’ (e la validita’ del mio visto) e’ stata confermata dall’analisi delle impronte digitali e sono passato senza problemi, mentre una telecamera riprendeva il mio volto ad ulteriore conferma della mia identita’. Il primo essere umano con cui ho interagito, e’ stato l’addetto alla “radiografia” del mio bagaglio a mano, perche’ si ritiene che l’esame visivo del contenuto da parte di una persona addestrata riduca il rischio di attentati e comunque se si trovasse qualche elemento sospetto ci vorrebbe qualcuno che apra la valigia ed eventualmente proceda all’arresto.
Comunque sia, tutta una serie di operazioni cui era collegato un posto di lavoro oggi sono progressivamente trasferite a sistemi automatizzati. Questo processo secolare che finora aveva toccato per lo piu’ mansioni ripetitive e manuali in agricoltura e nell’industria e’ destinato ad accellerare, a causa della crisi che impone drastiche riduzioni di inefficienze. Con la maggiore sofisticazione di harware e software livelli professionali e mansioni ad alto contenuto intellettuale sono gia’ sostituiti. A questa sostituzione si aggiunge il processo di trasferimento delle produzioni a bsso valore aggiunto verso i paesi emergenti, vale a dire la delocalizzazione (termine piuttosto bizzarro).
In definitiva tutto cio’ che e’ standardizzabile (a partire dalla produzione in serie) sara’ fatto da un computer o da robot e tutto cio’ che non richiede competenze sofisticate o presenza in loco o verra’ “delocalizzato” dove i salari risulteranno inferiori (si badi bene non in livello assoluto, ma in rapporto alla produttività).
Il mondo del lavoro nei paesi avanzati (o che diventeranno tali nei prossimi anni) si polarizzera’ verso due estremi: da una parte le professioni “creative” vale a dire quelle che forniscono servizi ogni volta diversi e quindi piu’ difficili da affidare ad un software; dall’altra i lavori, per lo piu’ manuali, ma non standardizzabili (almeno per il momento) e non delocalizzabili, tipo elettricisti, idraulici, infermieri, parrucchieri. Le occupazioni intermedie andranno gradualmente sparendo come e’ successo per le dattilografe. Questo fenomeno avra’ delle ricadute sociali e politiche enormi. La classe media e’ ancora oggi formata prevalentemente da impiegati, insegnanti, operai specializzati e addetti a piccoli servizi tipo le vendite al dettaglio. Questo blocco sociale e’ destinato a ridursi in modo drastico. Gli esempi sono gia’ numerosi, tanto per ricordarne qualcuno, i biglietti per treni ed aerei oggi si comprano su internet, i libri su Amazon, i laboratori di sviluppo fotografico non esistono quasi piu’, in alcuni ristoranti di Tokio i camerieri sono carrelli robot (gli ordini si inviano attraverso un menu-terminale) e si paga con carta di credito, i centralinisti sopravvivono solo nei ministeri, costa meno comprare un televisore nuovo che ripararlo, costa meno andare dal dentista in Ungheria o nelle Filippine che in Italia, anche includendo il viaggio. Ma in un futuro non troppo lontano puo’ darsi che i medici di base saranno sostituiti da un software di intelligenza artificiale, i chirurghi potranno operare a distanza, magari dall’India, i progetti di edifici standard verranno commissionati in Romania, i libri contabili saranno tenuti in Argentina, il personal trainer ci impartira’ le istruzioni sullo smart phone dal Sud Africa. Appena si diffondera’ la firma elettronica i postini non avranno ragione di esistere se non per i pacchi e per qualche eccentrico che ancora si ostina a spedire i bigliettini di auguri a Natale. I commandos gia’ si trovano a competere con i droni, che probabilmente sostituiranno in parte anche i poliziotti; bibliotecari e archivisti stanno cedendo il passo a Google.
In questa polarizzazione l’Italia si trova in una situazione insostenibile. Essendo troppo arretrata nelle infrastrutture, disorganizzata, burocratica, caotica e senza risorse per la ricerca non riesce a competere sul campo della tecnologia e dell’innovazione con i primi della classe. Quindi si trova a dover competere sempre piu’ spesso nei settori dove i paesi emergenti hanno un vantaggio comparato grazie al livello dei salari piu’ bassi. Si liquida la faccenda attribuendo la colpa al capitale finanziario che si sposta rapidamente da un continente all’altro, ma qui stiamo parlando di fabbriche che non si spostano altrettanto facilmente. E, detto per inciso, il capitale finanziario si muove esattamente nella direzione opposta a quella che la vulgata indica. E’ la Cina (e molti paesi con bassi livelli salariali) che sposta ingenti capitali finanziari nei paesi sviluppati, non viceversa.
Il sistema Italia per decenni e’ rimasto ingessato, ma con la crisi finanziaria la situazione sta per precipitare. La vicenda della Fiat (e le miriadi analoghe che non arrivano nemmeno a riempire un trafiletto nelle pagine interne), e’ solo una manifestazione del problema, perche’ rappresenta una delle due alternative: sfruttare quanto piu’ possibile gli impianti e i lavoratori e battere cinesi, indonesiani, vietnamiti, indiani e domani africani sulla produttivita’ nella manifattura in serie. L’altra strada sarebbe quella di recuperare il terreno perso nella ricerca e nell’innovazione, rilanciare la produttivita’ complessiva del sistema Italia con nuove infrastrutture e avere Universita’ di eccellenza, non gli esamifici che sfornano aspiranti burocrati, insegnanti precari e scienziati della comunicazione frustrati. Insomma l’esatto contrario della direzione intrapresa da trent’anni e piu’.
Fabio Scacciavillani
Grande la confusione sotto il cielo
Cerchiamo di interpretare i tempi. Secondo me siamo vicini a una grande crisi del capitalismo (tipo
quella del 29, ma piu’ forte), di cui abbiamo solo percepito le prime
avvisaglie.
Il modello capitalista nato con la fine della Seconda Guerra mondiale non e’ piu’ adeguato ai grandi cambiamenti sovvenuti. L’ economia USA e’ in affanno e si regge su fondamentali non sostenibili. L’idea di avere oggi i benefici, scaricando sulle generazioni future i costi presenti, sta presentando prepotentemente i suoi costi…..
Che succedera`? Sicuramente l’Impero Americano ne uscira’ ridimensionato (tipo quello che e’ successo all’Inghilterra nel 45). L’Europa, salvo singoli (relativamente piccoli ) paesi in bancarotta, ha i conti in equilibrio, ma di fronte ad un Armageddon finanziario di origine esogena, puo’ solo cercare di limitare i danni. La Germania, con la Merkel, ha preso il comando della situazione e sta obbligando tutti a prepararsi al diluvio.
I Paesi Emergenti stanno capendo che il crollo dello stato egemone in
un sistema monopolare, travolgera’ le loro economie e stanno cercando
alternative (perfino nella molto costituenda Europa).
Se e quando avverra’ la crisi finale? Probabilmente abbiamno ancora dieci anni anche se credo che il processo in corso sia inarrestabile ed inevitabile. Quali le conseguenze? Probabilmente molte cose che adesso noi diamo per scontate non lo saranno (pensioni, statuto dei lavoratori, assicurazione sanitaria, istruzione gratuita) o quanto meno saranno decisamente ridimensionate.
Quali le conseguenze politiche? Forse durante il periodo piu’ turbolento della crisi emergeranno nuove forme di modelli politici (magari delle telecrazie, mostrando l’Italia ancora una volta nel ruolo di battistrada, come con il fascismo). Ma credo e spero che la democrazia risultera’ la forma di governo piu’ stabile alla lunga.
Quali le conseguenze in Italia? una serie di manovre finanziarie pesanti, una riduzione dei diritti dei lavoratori, un aumento di tasse, un grande malcontento (difficilmente governabile da chiunque), riduzione dei trasferimenti dal Nord al Sud (con anche problemi di ordine pubblico), ma forse eviteremo di precipitare fra i paesi del terzo mondo (grazie alla Merkel). Come limitare i danni? Difficile dire.. Investimenti immobiliari direi di no, almeno se non in immobili di pregio e in citta’ di pregio.
Investimenti obbligazionari..mah…molte obbligazioni andranno in default..
investimenti azionari..mah..molte imprese falliranno. Oro? siamo sicuri che non stiamo ragionando rivolti al passato? E se Lenin avesse alla fine ragione? E l’oro non perdesse tutto il suo appealing e valore nella societa’ futura prossima ventura?
Vincenzo Vespri
Alcoa
La chiusura dell’Alcoa in Italia dopo il picco mediatico generato dal discorso del Papa (la Classe Operaia va in Paradiso?), e’ scomparsa dalle pagine dei giornali, come tanti altri fenomeni, di cui ci si indigna per poi accantonarli.
Il primo caso del genere di cui ho memoria e’ l’Innocenti Leyland negli anni ‘70 che decise di chiudere un suo stabilimento in Lombardia. Dai ricordi di adolescente emergono esattamente le stesse diatribe e gli stessi argomenti di oggi. Le multinazionali, gli operai, il futuro rubato, lo sfruttamento e l’abbandono. La Leyland non esiste piu’ da tempo. Anche se avesse mantenuto gli stabilimenti in Italia le maestranze avrebbero solo agonizzato qualche mese in piu’.
Senza la pretesa di essere particolarmente acuto o originale, secondo me la questione Alcoa (come anche la Fiat di Termini Imerese e tutte quelle che l’hanno preceduta e la seguiranno) e’ un esempio di un problema di gran lunga piu’ grave.
In Italia sta per sparire qualsisasi attivita’ economica non parassitaria, che cioe’ non dipenda dalle commesse statali, da una posizione di monopolio o da sussidi pubblici (di cui beneficia anche l’Alcoa). La produttivita’ del lavoro (massacrata dal deterioramento delle infrastrutture, dalla corruzione e dagli scarsi investimenti) e’ in picchiata. Il peso delle tasse, il disastro della pubblica amministrazione, il sistema legale-giudiziario di stampo sub-sahariano, la criminalita’, rendono un calvario persino mandare avanti una piccola attivita’ (quelle da popolo delle partite IVA tanto per capirci).
Insomma i problemi che denunciamo da decenni (vi risparmio l’elenco completo) stanno strangolando quel poco di economia sana che e’ rimasta, specie in una fase in cui anche i paesi piu’ efficienti dell’Italia hanno enormi difficolta’ a rimanere a galla.
Quasi nessuna impresa straniera investe in Italia, tantomeno nel settore manifatturiero (e men che mai nel Mezzogiorno profondo), e quindi non deve sorprendere se quelle poche rimaste stanno per andarsene, una volta spremuti fino all’ultimo gli stabilimenti, gli impiegati ed i sussidi statali (Fiat docet). Del resto anche le imprese italiane chiudono e quando pure gli operai si appollaiano sulle gru, e qualche qualche fondo esce dalle casse pubbliche (soprattutto sotto elezioni), la realta’ non cambia. Finiti i soldi, spentesi le telecamere, se non si e’ in grado di stare a galla, presto o tardi si affoga.
Il sistema industriale italiano ha l’acqua alle narici. La produzione industriale ha gia’ subito un tracollo nel 2009 (http://www.repubblica.it/economia/2010/02/10/news/produzione_industriale_2009-2243343/ come non era mai stato registrato.
Il punto non e’ tirare Alcoa per i capelli o stracciarsi le vesti, ma rendere il “sistema paese” (per pigrizia ricorro al gergo da Sole24Ore) meno schizofrenico, piu’ onesto e piu’ efficiente.
Questa esigenza era la molla che ha spinto un grosso pezzo dell’elettorato a votare Berlusconi. Con la delusione montante e il risentimento a livelli stratosferici (lasciate perdere le idiozie chiamate sondaggi) sarebbe facile per l’opposizione sfondare. Invece si candida De Luca (ovviamente senza primarie), tanto per dimostrare di essere il PD meno Elle. O se preferite il P di DL.
Fabio Scacciavillani
Eurofobia
In estrema sintesi, l’euro e’ un progetto che impone a tutti gli stati membri di diventare simili alla Germania, in termini di produttivita’, finanza pubblica, gestione delle risorse umane e finanziarie, ricerca, efficienza complessiva. Quelli che si avvicinano a questo obiettivo (Olanda, Francia, Austria, Slovenia etc.) ne godono i benefici. Quelli che come l’Italia, la Grecia, il Portogallo ed altri credono di essere furbi, incassando i dividendi in termini di minori oneri sul debito e di credibilita’ internazionale senza compiere gli aggiustamenti strutturali, pagheranno un prezzo salato, anzi lo stanno gia’ pagando.
Se non ci fosse stato l’euro la Grecia (che non sarebbe dovuta entrare nell EMU perche’ ha imbrogliato senza ritegno sui dati e sui parametri di Maastricht), l’Irlanda, ma anche la Spagna e l’Italia sarebbero nella situazione dei paesi Baltici, dell’Ucraina o della Romania.
Ma continuando nell’andazzo di stampo balcanico, non e’ detto che non ci si trovino in un futuro nemmeno troppo lontano.
In Italia tutta l’attenzione del governo e’ dedicata ai problemi processuali di Berlusconi. Il resto, dalle infrastrutture alla ricerca, dagli ammortizzatori sociali alla sanita’, dalla corruzione alla scuola viene accolto con uno sbadiglio e se ne discute meno che di Sanremo. Ogni tanto qualche barzelletta sulla riduzione delle tasse e la farsa permanente del dialogo sulle Riforme. Poi tutti in pellegrinaggio ad Hammamet.
Quando crollera’ il castello di carte sara’ colpa dei comunisti. Magari di Breznev. Ma a quel punto Berlusconi avra’ accumulato abbastanza soldi all’estero da vivere senza pensieri. A differenza dei gonzi che lo hanno votato.
Fabio Scacciavillani
Io speriamo che me la cavo
E’ una di quelle notizie a cui i telegiornali quando va bene dedicano 15 secondi, tra un’anticipazione su Sanremo, una dichiarazione di Bondi e il servizio sui saldi. Ma i dati Istat sulla produzione industriale continuano a segnare il rosso.
Nel mese di novembre 2009, l’indice della produzione industriale destagionalizzato ha segnato un aumento dello 0,2 per cento rispetto a ottobre 2009. La variazione congiunturale della media degli ultimi tre mesi rispetto a quella dei tre mesi immediatamente precedenti è pari a meno 0,1 per cento.
L’indice della produzione corretto per gli effetti di calendario ha registrato a novembre una diminuzione tendenziale del 7,9 per cento, mentre nei primi undici mesi la variazione rispetto allo stesso periodo del 2008 è stata di meno 18,4 per cento.
Un crollo di quasi il 20% non scalfisce la sicumera del governo, che approvata la finanziaria 2010 in tempi record e senza nessun provvedimento di rilievo per gli ammortizzatori sociali, spera che i problemi si risolvano da soli. Come ai tempi di Andreotti. Con una variante. Il Divo Giulio aspirava al potere per il gusto del potere (infatti in oltre mezzo secolo di attivita’ politica non ha legato il suo nome a nessuna riforma, a nessuna legge importante e nemmeno ad un regolamento). Raccontava storielle e faceva battute argute (il potere logora chi non ce l’ha), pubblicava libri su coloro che aveva visto da vicino.
Berlusconi dal canto suo insegue il potere per risolvere i problemi con la giustizia e ingrassare le sue aziende. Anche lui racconta storielle (meno argute, ma piu’ spinte), fa lo spiritoso con le donne e canta con Apicella. Il resto lo lascia a Bossi che di produzione industriale non sembra aver appreso molto nei suoi corsi per corrispondenza.
Pil per Polli
novembre 15, 2009 by admin
Filed under Economia, In primo piano
I giornali ed i telegiornali di regime strombazzano una crescita trimestrale del Pil nell’ordine dello 0.6% e quindi si compiacciono per la fine della recessione. Il popolo bue (o pollo, che dir si voglia) tira un sospiro di sollievo e vede la luce alla fine del tunnel.
Forse l’argomento meriterebbe molto piu’ di un breve commento, ma le statistiche sul Pil, anche quando vengonpo compilate usando metodologie ritenute tecnicamente corrette, sono analoghe ai bilanci delle banche (anch’essi infatti tecnicamente corretti) che contengono titoli tossici .
Tanto per cominciare il valore aggiunto del settore pubblico dipende da quanto si pagano gli impiegati pubblici (e quindi dipende da una serie di provvedimenti del governo); poi c’e’ la stima dell’economia grigia (o nera) che in tempi di crisi diventa ancora piu’ inaffidabile perche’ basata su stime che sono valide (nella migliore delle ipotesi) in tempi “normali”; infine ci sono i servizi che ormai costituiscono il grosso dell’attivita’ economica.
Alcuni settori di servizi (specie quelli avanzati) non si prestano facilmente ad un computo esatto basato sulla metodologia “antica e accettata” di contabilita’ nazionale. Nei servizi finanziari ad esempio non si puo’ calcolare in modo ragionevole un deflatore. Prendete le fusioni aziendali o una quotazione in borsa: per avere un indice di inflazione delle fusioni aziendali o delle quotazioni bisognerebbe che ogni anno si ripetessero esattamente le stesse operazioni, e che quindi il prezzo pagato per questi servizi fosse comparabile nel tempo. Analogamente potremmo chiederci qual e’ il prezzo di un website? Ovviamente dipende dalla complessita’, dalla grafica, dai moduli, ecc.. Ma non esiste un servizio omogeneo che si possa definire “creazione di website” per il quale si possono confrontare i prezzi tra un anno e l’altro. A causa di queste e tante altre ambiguita’ esiste un ampio margine per scodellare stime formalmente corrette (i.e. accettabili secondo i criteri Eurostat) del Pil reale che registrino una crescita trimestrale nell’ordine dello 0.6%, o anche molto maggiore (o minore all’occorrenza).
A mio parere un indicatore molto piu’ preciso della congiuntura economica e’ il numero di occupati con contratto regolare nel settore privato (escludendo anche aziende tipo ENI, Enel, Municipalizzate e carrozzoni vari). E di variazioni positive in queste serie non mi sembra se ne vedano. E tantomeno la luce alla fine del tunnel, forse perche’ coperta da un treno che arriva in direzione contraria.
Fabio Scacciavillani
Pulcinella all’Antitrust
In questi tempi grami una risata e’ salutare soprattutto quando la comicita’ e’ di gran classe. Prendete quei mattacchioni dell’ Antitrust. Hanno messo su uno spettacolo che al confronto Beppe Grillo fa la figura di un guitto da circuito parrocchiale.
Sulla scena appare il Grande Fustigatore di Monopolisti. Sulle prime, dorme russando rumorosamente, un rivolo di bava agli angoli della bocca. Poi si desta con uno scatto e balza urlando a squaciagola di aver scoperto che in Italia si e’ creata una posizione dominante nel settore dell’informazione! E tutti giu’ a sghignazzare. La platea in visibilio. Le signore che annusano sali per non svenire dallo scompiscio.
Poi il colpo di gran classe, il vero tocco di genio che puo’ esprimere solo la nostra magnifica tradizione teatrale che va da Plauto a Dario Fo, passando per la commedia dell’arte.
Le luci si attenuano e l’attore incalza: “Lo sapete chi e’ questo marrano, questo farabutto, questo cinico delinquente che osa abusare della propria posizione dominante nel settore dell’informazione? Che subdolamente inganna l’Italia del fare con le sue viscide manovre? Con i suoi servi, i sicari mediatici che distruggono gli avversari? ”
Qui una pausa che solo un grande interprete puo’ riuscire a dosare, mentre l’eco dell’indignazione suscitata da queste parole aleggia tra il pubblico. E poi, travolgente si riversa sulla platea la rivelazione ferale! Il colpevole viene smascherato con un gesto ieratico: e’ GOOGLE ad aver ucciso l’informazione in Italia, a raccontare panzane ogni sera, ad influenzare l’opinione pubblica sfruttando la priopria posizione di monopolio.
Si Signori, proprio GOOGLE. Ma non solo Google Italia. No signori miei!!! Google Inc. quella con sede a Mountain View. Gli Americani!!!!!! Forse con la complicita’ della CIA, del Pentagono e visto che ci siamo anche del Vaticano!!! E’ GOOGLE la Spectre internazionale che ha deciso di cloroformizzare la coscienza civile gli Italiani. Di nascondere i fatti, di occultare le verita’ sul governo, di impedire le intercettazioni. Addirittura si vocifera che GOOGLE vorrebbe querelare i giornali (non solo in Italia, ma addirittura in tutto il mondo, fino in Papuasia, se necessario) che non si piegano al proprio delirio di onnipotenza.
A questo punto si accende sul palco un grande schermo e dietro gli attori rimbalzano le immagini di Vespa, Fede, Feltri, Minzolini, Belpietro, Ghedini, Ferrara. Il pubblico si sganascia, implorando “basta, basta vi prego”. E il sipario cala mentre Il Grande Fustigatore di Monopolisti in abito da Pulcinella si prostra e si inchina.
Fabio Scacciavillani
Alitalia & Wall Street
Abbiamo perso un po’ il conto di quanti piani per salvare le banche americane siano stati presentati da sei mesi a questa parte. Ma l’impressione prevalente di chi si mette a studiarli sul serio e’ sempre sconfortante perche’ in realta’ sono tutti una variazione ogni volta piu’ complicata e meno trasparente del piano presentato dall’allora Segreatario al Tesoro Paulson al crepuscolo della Presidenza Bush. In fondo non c’e’ da stupirsi perche’ uscito di scena Paulson sono comunque rimasti sulla plancia di comando due degli estensori del vecchio piano Paulson rigettato dall’opinione pubblica e dal Congresso: Bernanke e Geithner. Anzi quest’ultimo, promosso al vertice del Tesoro, sembra intenzionato a suicidarsi in fretta politicamente riscaldando minestre economiche indigeste e dilapidando precipitosamente il capitale politico della Presidenza Obama.
Come ha argomentato sul New York Times il Premio Nobel Krugman (certo non un conservatore repubblicano) gli investitori, persino quelli piu’ propensi al rischio come gli hedge funds, hanno offerto non piu’ di 30 centesimi per ogni dollaro di titoli tossici detenuti dalle banche (anche quelli appetibili cioe’ su cui i debitori ancora rimborsano gli interessi ed il capitale). Le banche invece pretendono di vendere per non meno di 60 centesimi tutte le porcherie accumulate. Questa differenza secondo il piano di Geithner & Co. dovrebbe coprirla il governo con fondi pubblici. A tal fine si prevedono massicce donazioni a tutti coloro (ma non si sa bene come saranno selezionati i fortunati) che acquistano questi titoli tossici. Per di piu’ questi supposti benefattori correranno rischi minimi se i titoli tossici dovessero risultare un pessimo affare paga Pantalone. Insomma il metodo Alitalia applicato a Wall Street. Ma se in Italia l’opinione pubblica drogata dai giornali e dalle televisioni su Alitalia ha lasciato correre sbadigliando di noia, in America gli anticorpi democratici esistono ancora e nemmeno un Presidente popolare come Obama li puo’ ignorare. Per questo prevedo che anche la nuova versione versione del vecchio piano di salvataggio verra’ archiviata e con essa la carriera politica di Geithner.

